Per Franco Volpi. In memoria

Sono ancora del tutto confuso e abbattuto per la perdita improvvisa di un grande amico e di un punto di riferimento certo e continuo per un dialogo su temi comuni. È difficile parlare di Franco: con lui ci siamo sentiti, come di consuetudine in lunghe telefonate, fino a qualche giorno prima del terribile incidente. Abbiamo parlato del suo ultimo articolo su "La Repubblica" del Venerdì santo, proprio su Nietzsche, in cui Franco commentava le frasi con cui Benedetto XVI, il giorno prima, durante la messa solenne, aveva stigmatizzato il pensiero del filosofo che agli occhi del pontefice rappresenta la «superbia distruttiva e la presunzione che disgregano ogni comunità e finiscono nella violenza». Abbiamo parlato quindi del significato della nostra imminente iniziativa con Eugenio Scalfari prevista per il sei di maggio per riproporre, in un dialogo pubblico col fondatore del quotidiano “La Repubblica”, quel Nietzsche che ci era comune e caro, lontano dalle semplificazioni ideologiche e pregiudiziali che tornano sempre più a farsi avanti come un segno dei tempi. Nietzsche, questo Spinoza dei nostri giorni, radicale nella rinuncia alle illusioni metafisiche, che lotta contro le residue “ombre di Dio”, per il quale la costruzione umana non ha alcuna garanzia precostituita, non vi è alcuna rete di protezione. Diagnostico senza illusioni della crisi del nostro tempo ma anche colui che – attraverso un radicale “nuovo illuminismo” – cerca di superare il nichilismo nella costruzione di un senso, nella volontà di una piena realizzazione della vita. Un Nietzsche che apre alla rete complessa e mobile di relazioni non al relativismo, ostile comunque alle convinzioni e fedi che producono fanatismo. Come aveva scritto Franco in quel suo ultimo articolo, il tentativo di Nietzsche è quello di «superare la sterilità della semplice proibizione, dell´abnegazione e della rinuncia, che mortificano la vita. Nietzsche vuole che la vita si realizzi in tutte le sue potenzialità. E consiglia perciò un atteggiamento “creativo” che dia alla vita tutta la sua pienezza, analogo a quello dell´artista che imprime alla sua opera una forma bella. In tal senso la sua nuova morale è una sorta di “estetica dell´esistenza” il cui imperativo raccomanda: “Diventa quello che sei!” E anche se la vita non è bella, sta a noi cercare di renderla tale».
Il nostro rapporto di amicizia e collaborazione nasce nel 1992, sulla strada del filosofo tedesco, quando ci trovammo insieme a criticare una rumorosa edizione italiana della Volontà di potenza – la maldestra compilazione di Elisabeth e Peter Gast – che si accompagnava ad una pretesa, decisa svalutazione dei risultati dell’edizione critica di Colli e Montinari, «una delle imprese filologiche più notevoli del nostro secolo e un vanto per la cultura italiana» (Volpi). Con la solita chiarezza e precisione, Volpi smontava il senso di un’operazione editoriale volta a riproporre un Nietzsche prenazista: l’operazione poteva avere la sua giustificazione solo se la Volontà di potenza (con la sua insostenibilità filologica denunciata con forza anche da Heidegger) fosse stata ripubblicata con un apparato ed un commento adeguati che ne evidenziassero il carattere storico-documentario. Quell’intervento su “La Repubblica” segnò l’inizio della sua collaborazione col quotidiano di Scalfari e del profondo sodalizio con Antonio Gnoli con cui ha pubblicato testi e importanti interviste a protagonisti europei rappresentanti di una cultura antiaccademica (I prossimi Titani. Conversazioni con E. Jü̈nger, 1997; trad. spagnola, francese, tedesca; Il Dio degli acidi. Conversazioni con Albert Hofmann ; 2003; L'ultimo sciamano. Conversazioni su Heidegger 2006).
Ancora una volta, nell’ottobre del 2002, ci trovammo insieme, con Franco, a criticare il rozzo e ideologico, ponderoso volume/pamphlet (Nietzsche, il ribelle aristocratico) di Domenico Losurdo che, «armato di ideologia ha già predeterminato le sue conclusioni e le sue vittime», ossia il filosofo Nietzsche, e chi, poi, volendo subdolamente coprirne la colpevolezza e ricostruirne la verginità, si sarebbe reso a sua volta colpevole. Scriveva: «Anzi, doppiamente e pervicacemente colpevole. Di colpevolezza in colpevolezza, dalla storia Losurdo ci trascina senza tanti passaggi in tribunale. Un tribunale fondamentalista in cui fa sedere come imputati Nietzsche, e insieme a lui Colli e Montinari. Così, più che una ricostruzione scientifica condotta sine ira et studio sembra di avere sotto gli occhi l’atto finale di un processo di inquisizione […]. Lo storico che si ostina a voler capire più di quel che c'è da capire capisce meno di tutto». Una concezione della storia, quella di Volpi, agli antipodi di ogni ideologia che condanna e non capisce: un atteggiamento ed uno stile di ricerca che Franco ha fatto valere per autori che diagnosticano con radicalità la crisi del nostro tempo: il suo volume dedicato a Il nichilismo costituisce la sintesi di queste sue vaste e variate ricerche. Recentemente ha fatto valere questo suo libero atteggiamento nei confronti delle critiche pregiudiziali fatte dai “campioni del perbenismo” a Carl Schmitt di cui ha pubblicato e commentato magistralmente l’importante testo filosofico La tirannia dei valori (Adelphi, ottobre 2008).
Il rigore filologico e la consapevolezza storica e critica di Volpi, legati alla lezione di maestri quali Giuseppe Faggin (al liceo di Vicenza) ed Enrico Berti (all’Università di Padova), aveva avuto modo di manifestarsi pienamente nei suoi lavori su Heidegger e Brentano (1976) e Heidegger e Aristotele (1984), saggi che segnano una rilevante novità nell’approccio al filosofo tedesco che «rappresenta nel nostro secolo quello che Hegel aveva rappresentato per l’Ottocento». Accanto a questi importanti saggi interpretativi, Franco aveva dato inizio ad una delle sue numerose e prestigiose imprese: l’edizione italiana delle opere di Heidegger per l’Adelphi, la casa editrice nata con l’edizione di Nietzsche, con cui avrà un rapporto continuo di consulenza filosofica e per la quale realizzerà numerose e varie pubblicazioni tra cui l’edizione degli Scritti postumi di Schopenhauer, arricchiti di numerosi inediti. In particolare aveva già al suo attivo (1987) la pubblicazione di Segnavia di Heidegger (Wegmarken) che, come è stato universalmente riconosciuto, con il glossario che accompagna la impervia traduzione di questo “sciamano della parola” (come già Volpi definiva Heidegger in una intervista del 1987), segna per competenza e rigore, una decisa svolta negli studi heideggeriani. I saggi che accompagnano le numerose opere di Heidegger da lui edite sono una vera e propria – puntuale e sicura – guida nel complesso percorso del filosofo.
Quando Volpi intervenne, con me, nella polemica contro quella edizione della Volontà di potenza stava lavorando alla traduzione del Nietzsche di Heidegger (1994). I nostri rapporti si fecero più stretti: dal 2001, senza interruzioni, ha fatto parte della ricerca nazionale interuniversitaria, da me coordinata, che aveva al suo centro le edizioni e le interpretazioni di Nietzsche, Heidegger e Schopenhauer. Insieme – riconoscendoci nella rigorosa lezione di questi grandi maestri – abbiamo dato vita al Centro di studi Colli-Montinari che coordina e promuove in più modi, soprattutto tra i giovani studenti, dottorandi e semplici cultori, attività di ricerca sul pensiero filosofico di Nietzsche, sulla filosofia e cultura del suo tempo e sulla molteplice e variata fortuna del suo pensiero. Con Volpi abbiamo fondato e diretto la collana “nietzscheana” (ETS Pisa, 2004-), legata alla attività del Centro, che in pochi anni ha pubblicato undici volumi dedicati a Nietzsche e alla sua fortuna.
L’approccio di Volpi ad Heidegger, di cui è certamente uno dei più grandi esperti mondiali, era lontano, come lui stesso scrive, dall’«ammirazione supina e spesso priva di spirito critico che gli è stata tributata e che ha prodotto tanta scolastica». Era – e questo vale per le molte e inedite esplorazioni delle figure che fanno la storia del nichilismo – un approccio storico e filologico volto a comprendere la crisi profonda del nostro tempo, di cui scrittori e pensatori sono testimoni – nella volontà di orientamento, di comprensione senza pregiudiziali per un possibile superamento, per poter trovare vie di uscita senza abdicare al proprio compito. Spesso Franco mi ha confidato la dura autodisciplina della sua formazione che gli ha permesso di arrivare, senza scorciatoie, a quei risultati scientifici valorizzati in tutto il mondo e a quella intensa attività che lo ha visto insegnare dal 1991 al 1997 presso l’università di Witten/Herdecke (Germania); dal 2007 come standing visiting professor nell'università di Staffordshire (Gran Bretagna). È stato inoltre visiting professor a Laval in Canada (1989), a Poitiers (1990), Nizza (1993, 2003), Valparaíso e Santiago del Cile (1996, 2005), Lucerna (2002/03), Staffordshire (2003), Città del Messico (2003, 2004, 2006), Córdoba, Argentina (2004), Bogotá (2004, 2006).
Una grande passione della conoscenza, una grande passione filosofica che era soprattutto grande passione per la vita. Questo rimanda anche al suo rapporto con la filosofia di Schopenhauer, l’altro suo autore di riferimento. Col suo lavoro storico e filologico di editore e di interprete, Volpi ha contribuito in modo decisivo a recuperare Schopenhauer alla grande filosofia nel suo rapporto con le fonti scientifiche e culturali del tempo ma ne ha valorizzato anche e soprattutto la pratica lezione di saggezza di vita, la difficile arte, sullo sfondo pessimistico, di saper navigare tra gli scogli per evitare il naufragio. Di qui la pubblicazione di testi inediti e antologici, che hanno conosciuto una vasta fortuna e sono stati tradotti in più lingue. Il lavoro storico-filologico per la pubblicazione del Nachlaß ha avuto, tra l’altro, la funzione di colmare l'apparente frattura tra la metafisica del pessimismo del Mondo e la saggezza di vita, tra la parte speculativa e quella pratica del sistema schopenhaueriano rinnovando l’immagine tradizionale del filosofo. Proprio nel saggio introduttivo dell’ultimo volumetto della fortunata serie schopenhaueriana, dedicato per un tragico paradosso a L’arte di invecchiare (2006), Volpi dà la definizione e il senso del filosofare, della passione del filosofare con la piena consapevolezza che la filosofia «non risolve i problemi. Insegna, semmai a porli. Cioè a inventare ragioni per dubitare dell’evidente». «La filosofia – questa singolare modificazione della vita che rende possibile una sua comprensione – non deve mettere a distanza la vita stessa per osservarla in una considerazione teoretica neutrale e “reificarla”, ossia ridurla a cosa tra cose, oggetto tra oggetti. La filosofia … è anche comprensione pratica della vita che le dà forma e la orienta. È saggezza e cura di sé». Questo atteggiamento non significa narcisismo ma arricchimento e sensibilità critica verso la miseria dell’epoca.
Si tratterà quanto prima di studiare a fondo e analizzare i contributi originali del lavoro di Franco Volpi, per seguirne le indicazioni, per vedere in che misura e in che direzione sia possibile, per i suoi più giovani allievi, continuarne l’opera interrotta nella piena e matura attività
Qui ho voluto ricordare alcuni momenti che ci hanno profondamente legato e segnato in un percorso comune: in particolare ricordo, con gratitudine per chi l’ha promosso, tra cui l’Istituto italiano di cultura, un intenso quanto gratificante soggiorno in Messico nel maggio del 2008, che ci ha visto impegnati in un intenso ciclo di conferenze e lezioni. Ricordo la nostra piena consonanza legata alla sua forte vitalità e il tanto, tanto felice ridere insieme.
