Continua il perido infausto delle scomparse eccellenti. Dopo Sandro Barbera e Franco Volpi, è venuto a mancare Aldo Giorgio Gargani, legato al Centro da profondi interessi scientifici comuni e da amicizia.
Pubblichiamo il discorso commemorativo pronunciato il 17.6.2009 da Alfonso M. Iacono, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Pisa, e il ricordo, a firma di questi, apparso su Il Manifesto il 19.6.2009.
Aldo Giorgio Gargani (Discorso pronunciato da Alfonso M. Iacono)
Ludwig Wittgenstein è sicuramente il pensatore che Aldo Giorgio Gargani ha maggiormente studiato, diventantone uno dei più importanti e innovativi interpreti, ma soprattutto è il filosofo con il cui pensiero egli si è confrontato dagli inizi fino alla fine della sue ricerche e dei suoi studi. Gargani infatti si laureò cun una tesi su Wittgenstein e ha scritto il suo ultimo libro nonché il suo ultimo articolo sul filosofo viennese. Ma si farebbe un errore se si pensasse che Gargani fu il classico professore universitario che passò tutta la vita a commentare pedissequamente qualche passo di qualche libro del suo autore preferito. Gargani fu l’esatto contrario. L’evoluzione del suo confronto con Wittgenstein, attraverso cambiamenti e innovazioni interpretative, è andata di pari passo con una straordinaria vastità di interessi sia di tipo storico-filosofico sia di tipo epistemologico che ha attraversato, oserei dire gioiosamente, molteplici campi del sapere, da quello scientifico a quello letterario, a quello artistico. Negli anni ’70 aveva intrapreso una ricerca che diventò un libro su Hobbes e la scienza che rappresenta ancora oggi un contributo storico-filosofico decisivo per la comprensione dell’autore del Leviatano, ma soprattutto Gargani aveva offerto una riflessione epistemologica e critica sullo statuto del sapere scientifico con il Sapere senza fondamenti, pubblicato nel 1975 e destinato a influenzare il dibattito successivo sulla scienza. In questo saggio Gargani riusciva felicemente a sintetizzare i suoi studi su Wittgenstein e l’impatto che alcuni anni prima aveva suscitato il saggio di Thomas Kuhn La struttura delle rivoluzioni scientifiche con i temi del feticismo in Marx e in Freud e con la critica sociale della Scuola di Francoforte. Parlò di feticci epistemologici e di cerimoniali della scienza e indirettamente (e come egli era solito dire, con una sua propensione a vivere eventi storici e sociali con ritardo) parlò del ’68, un evento che all’inizio egli visse in modo antipatetico e che poi assorbì anche grazie all’influenza di sua moglie Paola Palareti. Indirettamente ho detto: è interessante notare come nelle ricerche teoriche e storiche quel che affiora meno esplicitamente lascia tuttavia un segno maggiore e permanente. Nel 1979 curò una raccolta di saggi a cui diede il titolo di Crisi della ragione. Un libro che incrinava un certo manicheismo di sinistra, aduso a dividere il mondo in razionalisti e irrazionalisti, in buoni e cattivi. Niente a che vedere con quel che diventerà il cosiddetto pensiero debole, molto a che vedere con una ragione che si interroga e diventa critica di se stessa. Ma allora un eccesso di critica interna spingeva al sospetto e alla domanda: “da che parte stai?”. Gargani stava dalla parte di chi wittgensteinianamente non accettava il fatto che lo stare da una parte, l’appartenenza potesse significare la perdita del senso critico giustificata dalla paura di passare, come si diceva allora, dall’altra parte. Tutto questo può forse sembrare lontano, ma non lo è poi tanto. La rigidità ideologica vestita dei panni del moralismo perbenista era vissuta da Gargani come ripugnante e questo gli costò un prezzo esistenziale.
Il Sapere senza fondamenti fu un libro per lui liberatorio. Dopo di allora i suoi studi su Wittgenstein e sull’epistemologia scientifica si sono accompagnati a interessi di tipo letterario, teatrale, musicale. Si confrontò con la Vienna di fine secolo e con Hoffmanstahl. Scrisse su Thomas Bernardt e lo imitò perfino nello stile. Ma il suo scrittore di riferimento fu soprattutto Robert Musil. In lettaratura Musil fu per Gargani quel che Wittgenstein fu in filosofia. Amava citare L’uomo senza qualità in tedesco e in un certo senso, come per Wittgenstein, vi si identificava. Entrambi, Wittgenstein e Musil, filosofi, per così dire laterali, fuori dagli schemi, asistematici, genialmente fallimetari se si parte dal presupposto professorale che una filosofia deve essere in certo modo sistematica e interna alla storia della filosofia.
Con il passare degli anni la sua interpretazione di Wittgenstein da un lato lo portava verso il teatro, dall’altro si arricchiva delle stesse esperienze che Gargani andava facendo con gli amici del Teatro Verdi, con Roberto Scarpa, con Claudio Proietti e con altri, introducendo una pratica del fare filosofia attraverso la scena che non voleva essere tanto spettacolo quanto piuttosto ricerca. In questo senso trasformò la sua passione per il cinema in un rapporto teorico con la filosofica. E così con i nostri amici Giuseppe Varchetta, Ugo Morelli, Dario D’Incerti, Mauro Ceruti, Gianluca Bocchi, Gargani discuteva di complessità e di narrazione. Sì, perché i suoi interessi lettarari, teatrali, musicali avevano a che fare con la messa in risalto del tema della narrazione come fatto cognitivo. Attraverso l’idea di narrazione Gargani, in parte influenzato dal suo amico Richard Rorty, poteva ritornava alle questioni dello statuto del sapere scientifico. Ma l’ultimo suo libro è ancora sull’autore prediletto, Wittgenstein, questa volta con una forte accentuazione dei temi antropologici, psicologici, letterari, gestuali, narrativi. Ma tutto questo attraverso un discorso che faceva riferimento alla fisica e alle scienze naturali. Nell’ultimo libro come nell’ultimo saggio, appena uscito nella rivista “Il Pensiero”, in un numero dedicato a Wittgenstein e curato da Vincenzo Vitiello, Gargani aveva rilevato l’importanza delle teorie e delle riflessioni epistemologiche di Ludwig Boltzmann, che avevano influito sulle idee di Wittgenstein. Tali riflessioni e tali idee sottolineavano l’idea di una conoscenza dove non vi è corrispondenza con la realtà e dove la filosofia si presenta come analisi delle possibilità . Gargani in questi ultimi giorni mi regalò il numero della rivista dicendomi che quel saggio che egli aveva scritto chiariva ancora meglio il suo punto di vista sulla filosofia e su Wittgenstein.
“La filosofia, egli scrive, è una pratica simbolica che si assume e che poi si può rilasciare o abbandonare per poi riprenderla nell’attualità di un problema (si tratti dei fondamenti della matematica, dell’esperienza privata, delle menti altrui, della certezza, del rapporto semantico fra la parola forse, termine non denotativo, e la parola mela, termine denotativo) nel quale ci imbattiamo perché intriga, turba, sgomenta il nostro pensiero e magari anche la nostra vita”.
Come professore Gargani insegnò Storia della filosofia moderna e contemporanea e Estetica. Non sto qui a dire l’importanza e il fascino del suo insegnamento, dove egli metteva tutto se stesso e vi comunicava il senso della sua ricerca. Ad un certo punto decise di andare in pensione anticipatamente. Se ne pentì. Non aveva certo nostalgia delle cariche accademiche (fu direttore del Dipartimento di Filosofia) e degli affari burocratici e amministrativi. Aveva nostalgia del rapporto con gli studenti. Gli mancava l’insegnamento. Quando ero coordinatore del Dottorato di Filosofia gli chiesi allora, anche su suggerimento di altri colleghi ai quali aveva chiesto di poter fare esercitazioni e seminari, di tenere un corso ai dottorandi. Se ne entusiasmò e di colpo tornò ad essere un riferimento per i giovani, Quando divenni preside gli proposi di tenere un corso. Accettò con entusiasmo e lo ha tenuto fino ad ora. La sua ultima preoccupazione sono stati gli esami che non poteva più fare. Con il suo insegnamento ha dato certamente lustro al corso di studi in Filosofia, al Dipartimento, alla Facoltà intera. Come Preside sono orgoglioso di averlo invitato a tornare a insegnare nella nostra Facoltà e gliene sono grato.
Forse in questi ultimi anni, liberato dal peso accademico, ha potuto esprimere fino in fondo il suo piacere di fare filosofia sia in attività pubbliche di insegnamento, di seminari e di conferenze, sia in seminari privati a casa sua o a casa mia.
E’ stato bello per me avere potuto condividere con lui, a partire da studi e propensioni diverse, per più di quarant’anni, da quando ero un suo studente e i suoi figli Alberto e Marco portavano ancora i calzoni corti, agli ultimi giorni della sua vita, questo piacere di fare filosofia conversando, un gioco appagante ma mai confessato esplicitamente, che qualunque rappresentazione o qualsivoglia narrazione non può descrivere né fare mai rivivere nella sua intensità e nel grande affetto che lo avvolgeva.
La parabola filosofica di Aldo Gargani (di Alfonso M. Iacono)
Riflettendo su uno dei suoi libri certamente più significativi, Il sapere senza fondamenti, Aldo Giorgio Gargani diceva che egli rispondeva sempre filosoficamente in modo ritardato alle sollecitazioni che venivano dalla società. Il sapere senza fondamenti, che recentemente è stato ripubblicato da Mimesis per la cura di Arnold Davidson, uscì nel 1975. Erano passati sette anni dal fatidico ’68, e questo libro metteva in discussione alcuni capisaldi, allora dominanti anche nella sinistra critica, sul concetto di verità nel sapere e in particolare nel sapere scientifico. Gargani mostrò come in molti casi i discorsi sulla scienza erano legati ai cerimoniali della comunità scientifica e all’immagine che questa si dava. Parlò di feticci epistemologici quando altri erano ancorati a un’idea forte – in realtà rigida – di sapere scientifico e di verità della conoscenza. Era ancora l’epoca in cui si dividevano uomini e idee in razionali e irrazionali, buoni e cattivi e naturalmente gli irrazionali-cattivi erano di destra. Circolava un notevole manicheismo, nascosoto e nello stesso tempo giustificato dal fatto che si era contro, che il ’68 aveva in parte incrinato in parte irrigidito. Alcuni anni dopo, nel 1979, Gargani curò per Einaudi un libro collettivo intitolato Crisi della ragione, che ospitava contributi di Bodei, Veca, Badaloni, Viano, Ginzburg tra gli altri. Anche questo volume creò qualche imbarazzo (persino tra gli stessi coautori). Eppure Gargani stava portando alle estreme conseguenze alcuni effetti liberatori del ’68 insieme a nuove interpretazioni del pensiero di Ludwig Wittgenstein, del quale egli era uno dei più illustri e importanti studiosi.
Si deve tra gli altri a Gargani, anche sulla scia dei contributi di Brian McGuinnes che fu suo professore a Oxford, se Wittgenstein è passato da interpretazioni fondamentalmente neopositivistiche, in gran parte legate alla filosofia della scienza, a interpretazioni dove i giochi linguistici, le pratiche filosofiche, la psicologia, il gesto, l’arte si accompagnano al sapere scientifico e vi si intrecciano in una filosofia che Gargani leggeva come analisi delle possibilità.
L’ultimo suo scritto pubblicato si intitola infatti Wittgenstein: la filosofia come analisi delle possibilità. Si tratta di un saggio uscito sulla rivista “Il pensiero” che sintetizza il suo precedente lavoro, l’ulteriore ricerca sul filosofo viennese, Wittgenstein, edito da Cortina. Rifacendosi a una lettera di Wittgenstein del 1934 scritta al grande economista Piero Sraffa, suo grande amico nonché amico di Antonio Gramsci, Gargani sottolinea l’atteggiamento antidogmatico dell’autore del Tractatus , per il quale, scrive Gargani, “la filosofia è una pratica simbolica che si assume e che poi si può rilasciare o abbandonare per poi riprenderla nell’attualità di un problema (si tratti dei fondamenti della matematica, dell’esperienza privata, delle menti altrui, della certezza, del rapporto semantico fra la parola forse, termine non denotativo, e la parola mela, termine denotativo) nel quale ci imbattiamo perché intriga, turba, sgomenta il nostro pensiero e magari anche la nostra vita”.
Per Wittgenstein non v’è corrispondenza tra pensiero e realtà esterna, né, scrive Gargani, vi è un senso che diriga l’uso delle parole quando queste vengono applicate. Non vi è regola che sia causa dell’uso del linguaggio. La regola è un’ipotesi è un’ipotesi che riguarda il comportamento degli uomini, ma non è la guida per le cose a cui gli uomini si applicano. “Una storia, una narrazione, oppure un’ipotesi: questo è ciò in cui può consistere l’espressione di una regola”. Dal sapere senza fondamenti all’importanza della narrazione, Gargani ha percorso una strada che gli ha fatto riscoprire le teorie di Ludwig Boltzmann, ispiratore di Wittgenstein, il quale ha scritto: “Le nostre idee delle cose non sono mai identiche alla loro essenza. Sono solo immagini o anzi simboli, che rappresentano l’oggetto in modo necessariamente unilaterale, ma non possono fare altro che imitarne certi tipi di connessione, non intaccandone minimamente l’essenza”.
Gargani ha praticato queste idee, per esempio, in Sguardo e destino, dove la narrazione, la messa in gioco del proprio io, la riflessione esistenziale si intrecciano per formare un’esperienza filosofica. Ha anche collaborato con Claudio Proietti per una performance filosofico-musicale sulla Vienna di fine secolo.
Qualche anno fa Giorgio aveva deciso di andare in pensione. Poi se ne pentì. Gli mancava il rapporto con gli studenti. Tornò a insegnare negli ultimi anni, molto felicemente, senza l’affastellarsi delle cose burocratiche. Forse in questi ultimi anni, liberato dal peso accademico, ha potuto esprimere fino in fondo il suo piacere di fare filosofia. E’ stato bello per me avere potuto condividere in questi anni con lui questo gioco che qualunque rappresentazione o qualsivoglia narrazione non può descrivere né fare rivivere.
This page has been viewed 5694 times