Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Indice delle News

Sei in: News

Menu di navigazione


Contenuto della pagina


News

In ricordo di Sergio Franzese


Biblioteca di Filosofia e storia
Dipartimento di Filosofia

Ricordiamo

SERGIO FRANZESE
(1963-2010)

25 Novembre 2011
Dipartimento di filosofia- Aula Barone
via Pasquale Paoli n. 15
h. 16,30

Partecipano:

Massimo Bianchi, Università di Roma, La Sapienza

Rosa Calcaterra, Università di "Roma Tre"

Giuliano Campioni, Università di Pisa

Sarin Marchetti, University College Dublin

Stefano Poggi, Università di Firenze

Mauro Protti, Università del Salento

Tiziano Raffaelli, Università di Pisa

Biblioteca di filosofia e storia: h. 18,30
concerto del Jubilum Jazz Chorus

Download locandina in pdf

 

Laureatosi a Pisa con una tesi su Il problema della normalità nel pensiero di Maurice Merleau-Ponty, ha poi conseguito il dottorato in filosofia presso la stessa Università. Ha studiato presso la Vanderbilt University (Nashville-USA) dove ha ottenuto il titolo di PhD in Philosophy. È stato ricercatore presso il Dipartimento di Scienze sociali e della comunicazione dell’Università del Salento dove ha insegnato Teorie sociologiche contemporanee e Storia della filosofia. I suoi interessi hanno riguardato soprattutto la fenomenologia e il pragmatismo con particolare attenzione alla tematica della corporeità e alla filosofia dell’azione considerate prevalentemente nei loro risvolti etici e sociali. È autore dei saggi: L’uomo indeterminato. Saggio su William James (D’Anselmi, Roma, 2000), Nietzsche e l’America (ETS, Pisa, 2005) , The Ethics of Energy. William James’s Moral Philosophy in Focus (Frankfurt: Ontos Verlag, 2008); Darwinismo e pragmatismo (Mimesis, Milano 2009) e di vari articoli su figure e tematiche del pensiero contemporaneo Ha tradotto e curato l’edizione italiana di tre volumi di James: Pragmatism (Torino: Aragno, 2007 e Milano: Il Saggiatore, 1994), Essays in Radical Empiricism (Macerata: Quodlibet 2009) e Great Men and Their Environment (Pisa: 1995 ). È uscito postumo il volume, da lui curato con Mauro Protti, Percorso sociologici. Per una storia della sociologia contemporanea (Mondadori, Milano 2010). È stato tra i primi collaboratori del Centro interdipartimentale “Colli-Montinari” dell’università di Lecce di cui curava il sito web.

 

 

In questi anni sono stati troppo frequenti quei momenti in cui abbiamo la sensazione che la morte ci abiti: di come la scomparsa di un amico ci costringa ad una lotta con la memoria, con i ricordi che dolorosamente ci assediano o si allontanano, e poi: quello che non abbiamo fatto, quel che volevamo dire e non abbiamo detto. La morte ci spinge a ricordare, a riassettare, a inventare per tenere presente lo scomparso, per tenerlo con noi. Nel caso di un allievo/amico come Sergio c’è il dolore dell’ innaturalezza, dell’assurdità della posizione nel ricordo di un giovane, di un percorso da lui intrapreso e affrontato con energia che ha dato già frutti scientifici maturi, ma certo un percorso lungo ancora da fare e da esplorare stroncato dalla assurdità del male. Sui temi e l’originalità dei suoi contributi si deve tornare a riflettere anche con l’aiuto di specialisti del suo campo che molto lo hanno stimato e apprezzato per i suoi originali e validi contributi. Qui prevale la commozione. Sergio, in un mondo in cui generalmente ci si compiace di piacere, in cui si cura l’immagine gradevole e la piaggeria, un mondo insincero per definizione, Sergio certo si distingueva: la sua criticità radicale assumeva spesso toni beffardi e paradossali, sapeva colpire l’interlocutore con una frase pungente e sarcastica, sembrava talvolta amare di dispiacere. La sua era una criticità che nasceva da una forte passione filosofica e civile, tra loro indistricabili. Il suo era un sarcasmo appassionato: quel sarcasmo appassionato valorizzato da Gramsci e da una tradizione ormai lontana, sostituita sempre più da aggressività e cinismo, da ostilità gratuita, reciproca, esercitata soprattutto verso i deboli, da una mutazione/regressione antropologica in atto che deprime. Quel suo atteggiamento nascondeva, sembrava voler nascondere una gentilezza di cuore, una ricchezza di sentimenti e di gusto (esperto amante di musica e arte figurativa), forse da lui sentiti come sfera privata o come debolezza, rispetto ad un mondo che sempre più gli dispiaceva, a cui si doveva reagire, con l’urgenza della critica (di qui ad esempio la sua collaborazione ad una rivista di militanza culturale e indipendente come “il Ponte”). Atteggiamenti privati che si scoprivano solo a pochi amici intimi, sentiti quasi come una debolezza rispetto all’energia occorsa in percorsi difficili, per superare “vicende personali non sempre fauste” come scrive – con allusione pudica ad un violento, ingiusto arbitrio di pessima arroganza accademica – nella premessa al suo bel libro L’uomo indeterminato dedicato al suo autore James, su cui ha dato notevoli contributi scientifici, ma in cui soprattutto trovava elementi forti di consonanza e di spinta al coraggio, alla vita fino all’ultimo nella sua lotta con la malattia. Sergio l’ho conosciuto giovane studente dell’ultimo anno di Liceo a Pisa – un periodo in cui ha maturato amicizie che sono restate forti per la vita: già mostrava spiccati interessi verso la filosofia che ha coltivato poi iscrivendosi alla facoltà, seguendo i corsi, partecipando attivamente e con gusto ai seminari. Il suo ottimo lavoro di tesi era dedicato a Il problema della normalità nel pensiero di Maurice Merleau-Ponty. Dopo la laurea: un periodo di specializzazione a Ginevra e poi gli anni di dottorato a Pisa iniziati sotto la mia guida e conclusi – per il mio trasferimento a Lecce – con Nicola Badaloni con un lavoro in cui affronta il suo tema principale: Aspetti etici e morali nell’antropologia filosofica di William James. Sergio ha avuto successivamente un’ importante esperienza americana (è PhD in Philosophy della Vanderbilt University, Nashville-USA) che lo ha portato a padroneggiare a fondo elementi centrali della storia culturale e sociale di quel paese, come mostrano i suoi lavori. Al clima culturale che esprime l’energia e che ha nel darwinismo il motivo scatenante e rivoluzionario, Sergio riconduce filosofi diversi come Nietzsche e James ma ugualmente inquieti e insofferenti verso una filosofia accademica. Nella sua introduzione al volume da lui curato su Nietzsche e l’America dava elementi poco noti e il senso della “traduzione” di Nietzsche nella tradizione americana. Centrale il suo saggio Santità e ascetismo: tra energetismo e filosofia della forza. William James lettore di Nietzsche in cui accanto a motivi comuni, legati anche alla comune matrice emersoniana e all’appartenenza ad un medesimo dibattito culturale, emergono le distanze tra i due filosofi nell’ elemento etico cioè nelle “modalità e condizioni metafisiche e antropologiche” che portano alla costruzione della personalità o del carattere attraverso il lavoro paziente di ascesi, autodisciplina, organizzazione delle energie interne. Questo tema era affrontato anche nella vasta introduzione al saggio, da lui curato, di James I grandi uomini e il loro ambiente - L’importanza degli individui, (del 1880) che Nietzsche poteva aver letto e di cui certamente aveva avuto notizia leggendo uno scritto di Joly che lo analizzava. In una rilettura di Emerson contra Carlyle come fonte di James, Sergio approdava al pragmatismo come ad un “umanismo”, lontano da geni, eroi e supereroi. James il suo autore: una vera e propria originale rilettura e valorizzazione contro ogni riduzione gnoseologica. In James Sergio trovava la liquidazione radicale della metafisica che garantisce e consola: per l’uomo non vi è alcuna rete di protezione, si avventura in mare aperto. Ed anche vi ritrovava il senso di una lotta necessaria, umana troppo umana, contro il caos distruttivo che a lui si era presentato con la malattia violenta e che aveva cercato, con coraggio, di padroneggiare. Così terminava l’introduzione alla sua recente seconda edizione del Pragmatismo contro un ottimismo di maniera: «C'è una profonda serietà nel cuore dell'universo - osserva James - che dipende dalla chiara coscienza che non esistono atti indifferenti e che ogni occasione mancata di spingere il mondo verso la sua mèta desiderabile è perduta per sempre, e questo conferisce valore e significato alle azioni umane. Ci sono dolori reali e sacrifici e perdite reali e nessun Assoluto a redimerle e ad annullarle nella sua “totalità”, e questo rende le conseguenze dei nostri pensieri e delle nostre azioni così tremendamente importanti. Questo il pragmatismo, come metodo di pensiero, può dire; su quali debbano essere invece la mèta, i valori, i doveri dell'agire umano, il pragmatismo come filosofia antidogmatica e pluralista non si può pronunciare, lasciando ad ognuno il compito, ma anche la fondamentale libertà di agire o di non agire secondo la propria credenza». Certamente Sergio ha saputo tradurre nella vita, nella lotta contro il male, nel suo continuare il lavoro e l’esercizio di una critica beffarda fino in fondo qualcosa di saggio e di eroico, che derivava anche dal suo autore. Ma, scrive il poeta: «… è meschino/ pensare a quello che non fu. C'è un'ombra/ di rimprovero ingiusto in questo paragone./ E ciò che accade ha sul nostro credere/ un tal vantaggio che mai sarà dato/ raggiungerlo o scoprirne il volto vero./ Non avvilirti quando gli altri morti ti sfiorano,/ gli altri che ressero fino alla fine./ (Che significa fine?) Scambia con loro sguardi/ tranquilli come è usanza; e non temere/ che di là il nostro lutto stranamente ti opprima/ e ti distingua. Le parole grandi/ dei tempi in cui gli eventi erano ancora/ visibili, non sono più per noi./ Chi parla di vittorie? Resistere è tutto».

g.c.



Postato da: santini
18/11/2011
Categoria: General

Bookmark and Share




© 2009 Università degli Studi di Pisa · Dipartimento di Filosofia | W3C quality assurance: xhtml 1.0 strict | CSS validator | Admin

This page has been viewed 13161 times