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Presentiamo qui l'inizio del saggio “Il Socrate monstrum di Friedrich Nietzsche” di G. Campioni, di cui per motivi di diritti editoriali non possiamo fornire il testo integrale.
Giuliano Campioni Cercare tesori e trovare lombrichi
Dopo aver gettato lo sguardo in lontananze tanto remote, rivolgiamolo di nuovo su Socrate, che nel frattempo si è certamente trasformato in un mostro: «E già appare come un ippopotamo, con occhi di fuoco e mascelle terribili» Così si legge al termine di un lungo appunto in cui Nietzsche delinea le conseguenze fatali, destinate alla compiuta affermazione nella contemporaneità, della criticità razionalistica di Socrate e dell'arte socratica. Tale direzione troverà sviluppo e sistemazione nella singolare 'filosofia della storia della Nascita della tragedia. In questo appunto, intanto, Nietzsche riprende l'immagine del Faust di Goethe: il barbone nero, che rassicurava il famulo Wagner («è un cane; non un fantasma. Ringhia ed esita, si mette pancia a terra, scodinzola. Proprio come. fumo i cani»; vv: 1163-65) e aveva inquietato fin dal suo apparire; nella passeggiata fuori porta, il dottor Faust («sembra ch'egli tenda attorno ai nostri piedi dei sottili lacci magici per prenderci»; vv: 1158-59), assume, nel chiuso dello studio, proporzioni e forma mostruosa «già appare come un ippopotamo, con occhi di fuoco e mascelle terribili» e si rivela alla fine essere Mefistofele, «lo spirito che sempre nega». Socrate - figura familiare, simbolo educativo agli occhi del moderno filisteo alla scuola di una. rassicurante filologia tradizionale -, si svela agli occhi del giovane filosofo tedesco come il possente demone che ha cambiato il corso della storia in una direzione nichilistica: «Ma ti conosco bene! Per tale genia seminfernale ci vuole la chiave di Salomone» (vv. 1256- 58). _ Nietzsche propone, del filosofo greco, una consapevole «tipizzazione», investita da passionalità «io mostro una caricatura»; l [Il], 1869), di cui rivendica la vitalità e la forza rispetto alle altre ricostruzioni: «Diglielo ancora una volta ai filologi, che il mio Socrate ha mani e piedi: sento un tale contrasto tra la mia descrizione e quelle altre, che mi appaiono tutte così morte e in putrefazione.» Il filosofo scrive questo nella lettera a Rohde del 16 luglio 1872, in cui discute con l'amico la linea di difesa per la risposta specialistica contro il «rappresentante di una 'falsa' filologia», lo «sfacciato giovanotto» Wilamowitz, che aveva attaccato con estrema durezza e sarcasmo La nascita della tragedia in uno scritto intitolato La filologia dell'avvenire. […] |
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